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       La recherche de Foucault a été toujours marquée par un intérêt très fort pour l’actualité. Dans ses interventions, il a fréquemment indiqué ceux qui, à son avis, pouvaient être lus comme points de départ pour des résistances en acte, ou pour des pratiques de résistance possibles. L’individuation de ces « lignes de fragilité » est, d’ailleurs, pour Foucault, l’une des tâches principales du travail de recherche historique et philosophique. Dans Le sujet et le pouvoir, par exemple, Foucault indique certaines pratiques, comme celles de « l’opposition au pouvoir des hommes sur les femmes, des parents sur leurs enfants, de la psychiatrie sur les malades mentaux, de la médicine sur la population, de l’administration sur la manière dont les gens vivent », en les considérant comme une sorte de « catalyseur chimique qui permet de mettre en évidence les relations de pouvoir ». (Le sujet et le pouvoir, pp. 1044-1045)

       Quelles sont, à votre avis, aujourd’hui, les principales pratiques de résistance en acte et quelles sont, en revanche, les potentielles lignes de transformation à suivre ? En revanche, quelles sont les relations de pouvoir mises en lumière par l’existence de ces pratiques de résistance ?

S. Mezzadra: Mi preme innanzitutto sottolineare che considero estremamente attuale la prospettiva foucaultiana dell’“ontologia del presente”, la prospettiva genealogica insomma, ma anche quella archeologica – che tendo a combinare, poiché non credo che la genealogia rappresenti, in Foucault, una discontinuità talmente radicale da cancellare la rilevanza del metodo archeologico. A differenza di tanti interpreti, al contrario, trovo ancora straordinarie molte pagine de L’archéologie du savoir, ad esempio quelle sull’archivio, che sono a mio avviso attualissime, e vengono continuamente riattualizzate, per esempio, all’interno degli studi postcoloniali e della storiografia postcoloniale (e qui ho in mente anche i lavori della prima fase dei Subaltern Studies sulle rivolte contadine in India, così come quelli di Michel-Rolph Trouillot sulla rivoluzione di Haiti degli anni novanta del settecento[1]). In ogni caso, per quel che riguarda le pratiche, le lotte, le resistenze che oggi si prestano ad essere indagate (anche) attraverso categorie foucaultiane, si ha solo l’imbarazzo della scelta. Direi però che i movimenti dei poveri sono forse tra quelli che maggiormente si prestano all’impiego di tali categorie. Per “movimenti dei poveri” intendo movimenti specifici (“poveri” non è un’etichetta generica, in questo caso), ovvero i movimenti degli shack dwellers, degli abitanti degli slum un po’ in tutto il mondo. In particolare, i lavori che conosco meglio si riferiscono al Sudafrica[2], all’America Latina e soprattutto all’India: sull’India ci sono molti studi che impiegano, appunto, categorie foucaultiane, a partire da quelli molto noti di Partha Chatterjee[3]. Qui penso ci sia davvero un “cantiere” interessante nel quale far agire le suggestioni foucaultiane poiché, contrariamente a quello che si tende a pensare, in particolare dopo la pubblicazione del libro di Mike Davis, Planet of Slums[4], gli slum non sono degli spazi vuoti di potere, degli spazi vuoti di governamentalità in cui c’è soltanto miseria estrema e violenza, soltanto “nuda vida” (come direbbe il filosofo italiano). Gli slum sono, invece, spazi saturi di governamentalità, spazi in cui tanto i dispositivi e le tecnologie di potere, quanto le pratiche di resistenza, insistono sul terreno della governamentalità. Una governamentalità che, ormai, ha assunto in modo irreversibile (per quanto sia in crisi) caratteri neoliberali, e quindi si pone oltre l’esperienza (estremamente importante, per tutti i Paesi di quello che si era soliti chiamare il “Terzo Mondo”), dello Stato sviluppista, dello Stato dello sviluppo (developmental State). Perciò, gli slum sono davvero dei laboratori straordinariamente importanti di governamentalità neoliberale, che si possono e si devono analizzare criticamente tanto sul lato del potere, quanto sul lato delle resistenze.

> Lire la réponse de Miguel de Beistegui

> Lire la réponse de Judith Revel



[1] Cfr. M.-R. Trouillot, Silencing the Past. Power and the Production of History, Beacon Press, Boston 1995.

[2] Cfr. A. Desai, We are the Poors. Community Struggles in Post-Apartheid South Africa, Monthly Review, New York 2002 (trad. it. Noi siamo i poveri. Lotte comunitarie nel nuovo apartheid, DeriveApprodi, Roma 2003).

[3] Cfr. P. Chatterjee, The Politics of the Governed. Reflections on Popular Politics in Most of the World, Columbia University Press, New York 2004 (trad. it. Oltre la cittadinanza, Meltemi, Roma 2006); ma si veda anche, nel medesimo senso, K. Sanyal, Rethinking Capitalist Development. Primitive Accumulation, Governmentality & Post-Colonial Capitalism, Routledge, London–New York–New Delhi 2007 (trad. it. Ripensare lo sviluppo capitalistico. Accumulazione originaria, governamentalità e capitalismo postcoloniale: il caso indiano, La Casa Usher, Firenze 2010).

[4] Cfr. M. Davis, Planet of Slums, Verso, London 2006 (trad. it. Il pianeta degli slum, Feltrinelli, Milano 2006).

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