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Stefano Catucci

Risposte al forum "Letteratura e arte in Foucault"


       Nella produzione degli anni Sessanta Foucault dedica molto spazio alla riflessione su opere e autori sia nei testi principali che in quelli d’occasione. Si pensi, per esempio, alle esemplari pagine dedicate a Cervantes e Velázquez ne Le parole e le cose, oppure ai numerosi riferimenti ad autori come Artaud, Nerval, Mallarmé e Sade presenti in Storia della follia, opera complessa e ricca in cui non mancano richiami più che significativi a pittori come Van Gogh, Bosch e Dürer. Inoltre, tutto il lavoro degli anni Sessanta è candenzato da un significativo numero di saggi di critica letteraria apparsi nelle riviste «Tel Quel» e «Critique», e dalla pubblicazione di due importanti monografie: una dedicata a Roussel e l’altra a Magritte. Infine, tra i vari dibattiti e conferenze cui Foucault ha partecipato, è opportuno ricordare da un lato l’intervento su Manet, già pubblicato in Italia, e, dall’altro, quello dedicato ai rapporti tra linguaggio e letteratura di prossima pubblicazione in Francia, ma già apparso in una edizione spagnola (Michel Foucault, Langage et Littérature, Saint-Luis, Belgique, 1964, inedito, consultabile presso l’IMEC, Fonds Foucault,  DI* ; tr. es. De lenguaje y literature, Ediciones Paidòs, Barcelone 1996, pp. 63-106).

       Considerando tutta questa mole di lavoro, secondo lei è possibile parlare di una dimensione estetica nel pensiero foucaultiano?

S. Catucci: Per rispondere è necessario chiarire cosa significhi ‘dimensione estetica’. È noto che con il termine ‘estetica’ si intendono opzioni teoriche molto diverse fra loro: dalla teoria della sensibilità alla filosofia dell’arte, da un’analisi sistematica delle esperienze nei vari territori dell’arte fino a una critica praticata sul campo e intesa come esercizio empirico privo di teoria, se non proprio “contro” la teoria tout court. Negli scritti di Foucault non troviamo niente di tutto questo: né una teoria della sensibilità, voglio dire, né un pensiero specifico rivolto all’esperienza dell’arte, né una critica. A quanto ne so, solo in un’occasione egli nomina l’estetica per designare un’interrogazione sulla sensibilità, ma il contesto è quello di Nascita della clinica, cioè del mutamento del sapere medico e della relazione fra vedere e sapere. La medicina, d’altra parte, non è estranea alla storia dell’estetica, basterebbe citare il caso di Helmholtz, la diatriba sul presunto astigmatismo di El Greco sorta tra la fine del xix e l’inizio del xx secolo o il più recente sviluppo delle cosiddette ‘neuroestetiche’. Foucault, tuttavia, non isola l’elemento estetico, non lo individua come una dimensione a sé stante, ma lo ritiene uno dei tanti strati che compongono l’episteme di un’epoca. L’arte, dalla letteratura alla pittura, è per lui una fonte, un documento da collocare accanto ad altri – testi filosofici, resoconti medici, rapporti di polizia etc. – nell’archivio di un periodo storico. C’è una differenza in realtà, alla quale accenno soltanto, e che riguarda la resistenza opposta dall’arte al tentativo di essere integralmente storicizzata, ovvero la sua capacità di parlare attraverso le epoche collocandosi però anche al presente, non solo in una distanza temporale. Ad ogni modo basta vedere il modo in cui Foucault usa il riferimento alla pittura e alla letteratura, per esempio in Le parole e le cose, per capire quanto poco l’ambito estetico si distacchi per lui dagli altri generi della documentalità: le opere ci mettono di fronte un paradigma dell’Ordine più generale che caratterizza il sistema di sapere al quale appartengono e del quale rappresentano un sensore. Semmai, proprio perché collocate al limite delle pratiche interne a quell’Ordine, sono i prodotti che maggiormente tendono ad affacciarsi sul bordo e a farcelo intravedere, quindi sono opere permeabili a uno scambio con il loro “altro” e meglio di altre, perciò, mostrano le lacune e la provvisorietà dell’Ordine. Quando la sua attenzione si sposta dal campo del sapere a quello dei dispositivi sapere-potere, lo speciale rilievo concesso alle opere d’arte viene meno, sostituito da un’altra qualità: più che l’esemplarità, conta allora per Foucault il posizionamento di un prodotto nelle relazioni di forza del potere. Allora però l’arte, per esempio la letteratura, diventa solo una delle forme di un più generale gioco strategico nei dispositivi del potere: la scrittura.

Sul fatto che i suoi scritti sulla letteratura e sulla pittura non possano essere ricondotti al genere della ‘critica’ credo non ci sia bisogno di soffermarsi. Però è vero che una ‘dimensione estetica’ agisce con molta forza, nel lavoro di Foucault, senza essere da lui riconosciuta e isolata, almeno non negli anni Sessanta. Mi riferisco al tema dello sguardo e all’importanza che hanno, nei suoi scritti, le descrizioni di scene presentate quasi come istantanee del momento storico da mettere sotto osservazione, si tratti della Nave dei Folli o di Borges, del supplizio con cui si apre Sorvegliare e punire o della descrizione dell’elefante con la quale inaugurava, nel 1981, il corso Subjectivité et vérité. La maniera in cui Foucault pensa e riflette ha uno spessore narrativo e visivo che gli rende più vicini i campi dell’arte, dai quali attinge e ai quali restituisce la pratica del guardare e del pensare ‘diversamente’. Nella conversazione con Duccio Trombadori, se non sbaglio, disse che i suoi stessi libri potevano essere considerati esperienze, riuscite se chi vi era passato attraverso se ne sentiva in qualche misura cambiato. Si capisce così come la sua stessa filosofia sia proiettata verso una dimensione estetica, essendo intesa non come un sapere che voglia trasmettere o elaborare specifiche verità, ma come una pratica, un esercizio critico che trasforma il soggetto ed esplicita la cornice in cui si svolge il suo gioco. La mia impressione è che questa possibilità critica della filosofia si apra, per Foucault, in forza di uno scarto dalla presa del potere che ha tutto lo spessore della consistenza estetica: uno scarto che riguarda il corpo, dunque il lato sensibile dell’esteticità, lo sguardo, dunque l’attività percettiva, e infine il delinearsi di un intero orizzonte d’esperienza, dunque qualcosa di simile a ciò che per Kant era la facoltà di giudizio. Però in tutti questi casi l’estetica rimane una componente operativa del suo pensiero, quasi un ‘saper fare’ del pensiero critico, ma non uno degli attrezzi da lui appositamente riposti nella sua celebre cassetta.

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       In modo sintetico e generale si può affermare che la letteratura rappresenta per Foucault il luogo ambiguo e sempre mutevole in cui si situa l’incerto confine che separa finzione e realtà, sonno e veglia, follia e ragione. La letteratura, infatti, non viene considerata come una delle possibili forme di espressione della propria interiorità, ma come una vera e propria ‘esperienza-limite’ attraverso la quale dall’interno di un paradigma si procede verso l’esterno. Ed è proprio in virtù di questo movimento che, producendo oltre il Medesimo quell’impossibile-da-pensare che connota la pura esteriorità, si compie un processo di emancipazione rispetto a se stessi. L’esperienza-limite si identifica, scrive Foucault, con il “concetto di strappare il soggetto a se stesso, facendo in modo che non sia più tale, o che sia completamente altro da sé, che giunga al suo annullamento, alla sua dissociazione. È questa impresa de-soggettivante, l’idea di una ‘esperienza limite’ che strappa il soggetto a se stesso” (D. Trombadori, Colloqui con Foucault, Castelvecchi, Roma 1999, pp. 18-19) a interessare e guidare la riflessione foucaultiana a partire dagli anni Sessanta, proiettandolo ben oltre gli iniziali studi di stampo fenomenologico.

       Ora, se si considera il fatto che a partire da L'Ordine del discorso gli interventi foucaultiani sulla letteratura sono drasticamente ridotti, e che l’interesse di Foucault verso i processi di de-soggettivazione non viene mai meno, quali sono, secondo lei, i luoghi in cui tale tematica viene ripresa e affrontata? e in che modo riemerge nelle argomentazioni e nelle rielaborazioni teoriche, politiche ed etiche degli anni Settanta e Ottanta?

S. Catucci: Negli anni Settanta ci sono almeno due, tre occasioni nelle quali Foucault si è occupato di testi collocati in una zona di confine simile a quella evocata dalla domanda: tra finzione e realtà, sonno e veglia, follia e ragione. Nel 1973 pubblica il memoriale di Pierre Rivière, nel 1977 i brevi testi che compongono le Vite degli uomini infami, nel 1978 la confessione Herculine Barbin, dite Alexina. In ciascuno di questi casi Foucault si presenta e agisce come il curatore di testi che altrimenti non sarebbero editorialmente esistiti, ma sarebbero rimasti sepolti nel deposito fossile di una biblioteca o di un archivio per un tempo impossibile da definire, forse per sempre. L’attenzione che Foucault rivolge a questi testi mi sembra interessante proprio perché mostra come egli abbia orientato la sua attenzione. Schematizzando, si può dire che egli sia passato dalla produzione letteraria, nella quale la linea di confine veniva messa in discussione, a un tipo di discorsi nei quali la labilità di quella stessa partizione produceva effetti concreti sulla vita delle persone: effetti di potere, naturalmente. La scrittura consegnava così le vite a una forma di visibilità che coincideva, per esse, con il giudizio e la condanna, non con la gloria della letteratura o del mito. Un primo passaggio, dunque, porta dall’individuazione di una zona problematica, compiuta tramite la letteratura, all’identificazione di un processo di potere, compiuta tramite testi in origine non letterari ma che diventano tali, grazie al loro editore, proprio in virtù di un’indistinzione da cui non riescono a liberarsi e che sarà loro fatale. Il terzo passaggio avviene nel momento in cui Foucault sposta l’attenzione dai discorsi che istituiscono il potere a quelli nei quali è in gioco la verità, dunque alla confessione da un lato e al ‘dir vero’ parresiastico dall’altro. Qui la letteratura ritorna in un ruolo che non è solo quello del testimone storico, si pensi al caso dello Ione di Euripide, mentre la filosofia si presenta non tanto per i suoi contenuti dottrinari, ma per le situazioni che rappresenta o per i contesti nei quali si colloca, come nel caso della VII Lettera o dell’Alcibiade di Platone da un lato, e dello scritto di Kant Che cos’è Illuminismo? dall’altro. Foucault cerca allora di isolare qui i momenti dell’esteriorizzazione, dell’io che viene preso o esposto fuori dall’io, quasi che la filosofia fosse la prosecuzione della letteratura con altri mezzi, per parafrase un detto celebre. Da giovane, leggendo René Char, Foucault aveva raccolto un appello che invitata a «reimparare a sognare». Al culmine della sua ricerca, di fronte al deficit di immaginazione politica del presente, Foucault sembra aver ripreso quell’indicazione ma in una chiave filosofica, più che letteraria: la filosofia, o meglio il programma critico della filosofia che andava elaborando, gli si presenta come il luogo in cui si può fare praticare un’esperienza del limite, e uscire da se stessi, senza essere unilateralmente consegnati nelle mani del potere. Anche Platone, come Pierre Rivière, viene imprigionato e condannato a morte, ma il testo che egli scrive dopo quell’esperienza non è il memoriale di un delitto e di un delirio, bensì un tentativo di restituire alla filosofia la sua capacità di produrre effetti per «non essere solo parola», come appunto si legge nella VII Lettera, e per non essere solo alleata o succube di un potere.

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Per rispondere è necessario chiarire cosa significhi ‘dimensione estetica’. È noto che con il termine ‘estetica’ si intendono opzioni teoriche molto diverse fra loro: dalla teoria della sensibilità alla filosofia dell’arte, da un’analisi sistematica delle esperienze nei vari territori dell’arte fino a una critica praticata sul campo e intesa come esercizio empirico privo di teoria, se non proprio “contro” la teoria tout court. Negli scritti di Foucault non troviamo niente di tutto questo: né una teoria della sensibilità, voglio dire, né un pensiero specifico rivolto all’esperienza dell’arte, né una critica. A quanto ne so, solo in un’occasione egli nomina l’estetica per designare un’interrogazione sulla sensibilità, ma il contesto è quello di Nascita della clinica, cioè del mutamento del sapere medico e della relazione fra vedere e sapere. La medicina, d’altra parte, non è estranea alla storia dell’estetica, basterebbe citare il caso di Helmholtz, la diatriba sul presunto astigmatismo di El Greco sorta tra la fine del xix e l’inizio del xx secolo o il più recente sviluppo delle cosiddette ‘neuroestetiche’. Foucault, tuttavia, non isola l’elemento estetico, non lo individua come una dimensione a sé stante, ma lo ritiene uno dei tanti strati che compongono l’episteme di un’epoca. L’arte, dalla letteratura alla pittura, è per lui una fonte, un documento da collocare accanto ad altri – testi filosofici, resoconti medici, rapporti di polizia etc. – nell’archivio di un periodo storico. C’è una differenza in realtà, alla quale accenno soltanto, e che riguarda la resistenza opposta dall’arte al tentativo di essere integralmente storicizzata, ovvero la sua capacità di parlare attraverso le epoche collocandosi però anche al presente, non solo in una distanza temporale. Ad ogni modo basta vedere il modo in cui Foucault usa il riferimento alla pittura e alla letteratura, per esempio in Le parole e le cose, per capire quanto poco l’ambito estetico si distacchi per lui dagli altri generi della documentalità: le opere ci mettono di fronte un paradigma dell’Ordine più generale che caratterizza il sistema di sapere al quale appartengono e del quale rappresentano un sensore. Semmai, proprio perché collocate al limite delle pratiche interne a quell’Ordine, sono i prodotti che maggiormente tendono ad affacciarsi sul bordo e a farcelo intravedere, quindi sono opere permeabili a uno scambio con il loro “altro” e meglio di altre, perciò, mostrano le lacune e la provvisorietà dell’Ordine. Quando la sua attenzione si sposta dal campo del sapere a quello dei dispositivi sapere-potere, lo speciale rilievo concesso alle opere d’arte viene meno, sostituito da un’altra qualità: più che l’esemplarità, conta allora per Foucault il posizionamento di un prodotto nelle relazioni di forza del potere. Allora però l’arte, per esempio la letteratura, diventa solo una delle forme di un più generale gioco strategico nei dispositivi del potere: la scrittura.

                        Sul fatto che i suoi scritti sulla letteratura e sulla pittura non possano essere ricondotti al genere della ‘critica’ credo non ci sia bisogno di soffermarsi. Però è vero che una ‘dimensione estetica’ agisce con molta forza, nel lavoro di Foucault, senza essere da lui riconosciuta e isolata, almeno non negli anni Sessanta. Mi riferisco al tema dello sguardo e all’importanza che hanno, nei suoi scritti, le descrizioni di scene presentate quasi come istantanee del momento storico da mettere sotto osservazione, si tratti della Nave dei Folli o di Borges, del supplizio con cui si apre Sorvegliare e punire o della descrizione dell’elefante con la quale inaugurava, nel 1981, il corso Subjectivité et vérité. La maniera in cui Foucault pensa e riflette ha uno spessore narrativo e visivo che gli rende più vicini i campi dell’arte, dai quali attinge e ai quali restituisce la pratica del guardare e del pensare ‘diversamente’. Nella conversazione con Duccio Trombadori, se non sbaglio, disse che i suoi stessi libri potevano essere considerati esperienze, riuscite se chi vi era passato attraverso se ne sentiva in qualche misura cambiato. Si capisce così come la sua stessa filosofia sia proiettata verso una dimensione estetica, essendo intesa non come un sapere che voglia trasmettere o elaborare specifiche verità, ma come una pratica, un esercizio critico che trasforma il soggetto ed esplicita la cornice in cui si svolge il suo gioco. La mia impressione è che questa possibilità critica della filosofia si apra, per Foucault, in forza di uno scarto dalla presa del potere che ha tutto lo spessore della consistenza estetica: uno scarto che riguarda il corpo, dunque il lato sensibile dell’esteticità, lo sguardo, dunque l’attività percettiva, e infine il delinearsi di un intero orizzonte d’esperienza, dunque qualcosa di simile a ciò che per Kant era la facoltà di giudizio. Però in tutti questi casi l’estetica rimane una componente operativa del suo pensiero, quasi un ‘saper fare’ del pensiero critico, ma non uno degli attrezzi da lui appositamente riposti nella sua celebre cassetta.
 
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