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Anna Simone

Dalla soggettività costituita alla soggettività costituente


Recensione di Giuseppe Campesi, Soggetto, disciplina, governo. Michel Foucault e le tecnologie politiche moderne, Mimesis, Milano 2011 (231 p.)


Nell’ultimo decennio, l’opera di Michel Foucault in Italia ha conosciuto una visibilità straordinaria grazie ai suoi interpreti più fedeli e anche grazie ai suoi esegeti più infedeli. Le molteplici linee interpretative ed esegetiche del suo pensiero hanno percorso varie vie: un numero cospicuo di monografie dedicate a lui, una vulgata “citazionista” rigorosamente presente in molta saggistica “generalista” e non, una rilettura alla luce del presente politico confluita in grandi libri di “consumo”, un uso specifico teso a piegare l’opera foucaultiana alle singole discipline presenti nella costellazione delle scienze umane e sociali – uso che ha rivoluzionato persino il lessico comune dei movimenti, specie se femministi, specie se annoverabili tra i cosiddetti movimenti di “contro-condotta e contestazione della norma”. Foucault partout, potremmo dire, e da nessuna parte. Probabilmente perché quel “nessuna parte” rimanda alla necessità permanente di rileggerlo alla luce dei posizionamenti politici del presente per riscriverlo incessantemente, come d’altronde si presta a fare una qualsiasi opera tesa a fornirci più una cassetta degli attrezzi che un’epica immobile, stantia, trascendente.

Il volume di Giuseppe Campesi si inserisce tra le monografie a lui dedicate, ma a differenza di altri lavori appare più “incarnato”, ovvero più proteso a legare l’esperienza esistenziale, filosofica e politica di Foucault alla sua produzione, restituendoci un quadro d’insieme molto ben intricato. L’intreccio si situa tra vita o centralità dell’elemento biografico, esperienza politica e intellettuale, scritti maggiori e scritti minori, dando a questi ultimi lo stesso valore dei primi perché “correttivi” o “chiarificatori”. La scelta stessa di usare un titolo come Soggetto, disciplina, governo dimostra la volontà riuscita di Campesi di restituire un Foucault che aveva pensato a tutto senza mai costruire un “tutto” secondo la logica a lui cara della “coerenza non lineare”, perché se non fosse stato così lo avrebbero storicizzato presto. Fin dalle prime pagine del volume, Campesi ricostruisce il “campo” da cui Foucault parte. Le prime due scene sono emblematiche: da una parte i primi contatti “personali” con le istituzioni psichiatriche (il famoso ospedale di Sainte-Anne), dall’altra l’incipit teorico senz’altro determinato da Kant e dalla sua domanda antropologica. Un’eredità che ben presto assumerà le sembianze di un “oltre Kant”. Un progetto filosofico, quello dell’autore francese, che fin dall’inizio mira a decostruire la dimensione “costituita” del soggetto e a lavorare su come si avvia un processo di soggettivazione.

Tale percorso che, come sappiamo, sarà centrale nell’opera foucaultiana, si dipana parallelamente all’altro grande percorso, quello che segna il passaggio dal sapere (archeologia) al potere (genealogia), sino agli ultimi corsi in cui il tema del soggetto, della soggettivazione e delle tecnologie del sé torna senza riserve. Campesi non toglie, né aggiunge, ma pone l’accento su alcuni grandi “passaggi” che Foucault compie lungo tutto l’arco della sua esperienza intellettuale, lasciando trapelare un’attenzione particolare nei confronti di alcuni temi specifici e spesso tralasciati dai filosofi della politica che hanno scritto sulla sua opera. Il nodo centrale, infatti, è il rapporto che intercorre tra norma, normalizzazione, normatività e diritto, così come tra tecnologie politiche e diritto, diritti e potere, sistema penale e nascita dei saperi polizieschi e criminologici, diritto e forme giuridiche sino all’infra-penalità indispensabile alla modernità per fabbricare i delinquenti, nonché per correggere e addestrare tutti i corpi, en général. Un quadro centrale anche per comprendere il dispositivo sessualità e le tecnologie politiche del corpo che, come sappiamo, avranno come esito il grande tema del “governo della vita” e della fortunata, tanto quanto abusata, nozione di biopolitica.

Oltre alla lucida e meritevole ricostruzione dei tempi e degli spazi foucaultiani canonici o più relegati all’ombra, l’altro merito del volume è senz’altro annoverabile nello sforzo che Campesi compie per far “dialogare” costantemente l’autore con altri suoi contemporanei o con altri grandi autori fondativi. Marx compare assai spesso tra le righe del volume, un breve cenno a Weber, la polemica con Habermas in relazione all’eredità kantiana, il classico corpo a corpo con i francofortesi e la tradizione freudo-marxista. A differenza di altri esegeti ed interpreti del pensiero marxiano, Campesi, pur muovendosi su un terreno scientifico rigoroso e pur padroneggiando tutta la letteratura secondaria internazionale sull’autore francese apparsa negli ultimi anni, propende per una lettura che tende a trovare punti di connessione, anziché di differenziazione, tra i due grandi autori. Le pratiche di libertà, la critica come ethos filosofico e la necessità di stabilire di volta in volta un approccio critico alle tecnologie della modernità non portano Campesi a dividere l’economia dal potere, a sottolineare la differenza che intercorre tra pratiche di resistenza e rivoluzione o tra classe e movimenti di contestazione della norma. La ragione governamentale del presente neoliberale o “governo della vita”, la “condotta delle condotte” stabilite dalle pratiche dei micro saperi-poteri della contemporaneità, ma soprattutto la necessità di comprendere fino in fondo la dinamica dell’“uomo che produce l’uomo” porta spontaneamente Campesi ad abbracciare la tesi negriana della biopolitica affermativa. Ovvero la tesi secondo cui i processi di soggettivazione del presente non possono che partire dalla vita tout court. Forzando il volume, spostandolo su un piano più squisitamente politico, la strada interpretativa imboccata sembra condivisibile, ma rimane un grande dubbio, più che altro di tipo storico. Perché le lotte specifiche tanto importanti per Foucault (il femminismo, l’antipsichiatria, ecc.) sono ancora lontane dall’essere completamente assunte dal marxismo illuminato e d’avanguardia della contemporaneità rappresentato da Negri? Foucault avrebbe risposto: “Non l’ho detto, ma non lo escludo assolutamente”…


Andrea Angelini

Foucault-Marx: una fedele trasgressione

 
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