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Wu Ming

Réponses au forum "Journalisme philosophique"


       Per Foucault, che considerava il proprio lavoro più affine a quello del giornalista che a quello del filosofo, giornalismo e filosofia sembrano intrecciarsi e modellarsi a vicenda, prendendo forma, in ultima analisi, attorno alla problematica dell’oggi e del rapporto tra evento e attualità: a partire dalla fine del XVIII secolo, scrive Foucault, « non vi sono molte filosofie che non ruotino attorno alla domanda: Chi siamo noi al momento attuale? (...) Ma penso che tale domanda sia anche a fondamento del mestiere di giornalista ». Che definizione darebbe lei e, soprattutto, che significato acquista per noi oggi, il giornalismo filosofico”? La scelta di coinvolgere sia filosofi che giornalisti in questo forum deriva dall’idea che si possa parlare di “giornalismo filosofico” da entrambe le prospettive; l’obiettivo è proprio quello di capire in cosa consista la differente angolatura tra le due e dove risieda la loro specificità. In altri termini: cosa significa praticare giornalismo filosofico dal punto di vista di un giornalista e da quello di un filosofo?

Wu Ming 1: Bene, ma da quale idea deriva la scelta di coinvolgere anche me? Io non sono né l'uno né l'altro: scrivo anche sui giornali ma non sono un giornalista; mi appassiona la filosofia ma non sono un filosofo. Io sono principalmente uno scrittore di romanzi storici e d'avventura. Dunque, che ci faccio qui? Forse la risposta a questa «contro-domanda» può fornire anche la risposta al quesito iniziale. Perché se si è pensato di coinvolgere il collettivo Wu Ming (che poi ha delegato il Sottoscritto) probabilmente si vede nella nostra prassi qualcosa che ha a che fare tanto col giornalismo quanto con la filosofia. Si può dire che uno che scrive romanzi storici stia cercando di affrontare la questione Chi siamo noi nel momento attuale in un modo che... avvicina la sua prassi a quella del giornalista (almeno come ci piacerebbe che fosse) e a quella del filosofo? Per quanto sia un legame contro-intuitivo, io penso di sì. Si può senz'altro dire. Sta tutto in quell'espressione che ho usato nel «memorandum» sul Nuovo Epico Italiano: «Il luogo dove archivio e strada coincidono». La strada come archivio, l'archivio come strada. In una parola oggi molto abusata: l'inchiesta. Il miglior giornalismo odierno è infatti quello che pratica l'inchiesta a largo raggio e lunga gittata, in un felice connubio tra buona vecchia «scarpinata» (appuntamenti in luoghi sperduti per interviste con fonti anonime etc.) e lavoro su materiale documentale. Questa descrizione, a ben vedere, vale anche per la filosofia come immagino la intendano tutti i partecipanti a questo forum, e per la letteratura come certamente la intendiamo noi Wu Ming (cioè quella non bunigolare, – da «bunigolo», veneto per «ombelico»). Foucault non alternava forse «scarpinate» (l'intervento militante, il sit-in, l'inchiesta sulle prigioni, il viaggio in Iran nel 1978) e lunghe, intensissime, ripetute sedute di lavoro in archivi e biblioteche? Per scrivere Gomorra (opera a mio avviso «fondatrice di discorsività») Saviano non ha alternato «scarpinate» (i famosi giri con la vespa per le strade dei quartieri di camorra, il pellegrinaggio a Casarsa sulla tomba di Pasolini, le ricognizioni nelle terre d'ecomafia etc.) e lavoro su materiali d'archivio (istruttorie, verbali di processi, sentenze, articoli di giornale etc.)? Noi stessi, nel preparare e nello scrivere i nostri romanzi, esperiamo questo alternare (pellegrinaggi, sopralluoghi, visite ad archivi e biblioteche etc.). Tale alternare crea un'interzona, un luogo in cui – appunto – archivio e strada coincidono. In un saggio del 1964, Foucault ci getta in faccia un aforisma fulminante: «Non c'è altro che il rumore assiduo della ripetizione che possa trasmetterci quello che può accadere una sola volta» [M. Foucault, Un «fantastico» da biblioteca, in Scritti letterari, Feltrinelli, Milano 2010]. Cioè, leggo io: la ricerca metodica, il compulsare continuo, il costante ritorno alle fonti, l'andirivieni da e verso le fonti... Tutto questo disvela eventi nella loro singolarità. La ripetizione rivela la differenza. È una «dichiarazione di poetica» che vale per tutti i soggetti sin qui menzionati: per il filosofo, per il giornalista d'inchiesta e per il romanziere storico. Noi tutti andiamo in cerca di eventi (non nell'accezione bruta di accadimenti o episodi storico-cronachistici: "eventi" nel senso di cesure, discontinuità, punti di svolta, manifestarsi nell'esistenza di qualcosa che prima era solo in essenza) su cui imperniare le nostre narrazioni. Vale la pena notare che in quello stesso saggio del '64, Foucault parla della biblioteca come luogo in cui si entra in contatto coi «poteri dell'impossibile», evocati dalla mole di «parole già dette, recensioni esatte, masse d'informazione minute, particelle infinitesime di monumenti e riproduzioni di riproduzioni». L'immaginario «si inserisce tra il libro e la lampada». Oggi, con lo schermo retroilluminato del computer connesso alla Rete, libro e lampada coincidono, sono incorporati nello stesso oggetto! Quindi introduco un terzo elemento: la strada, l'archivio e la Rete. La Rete è, in un certo senso, quel luogo in cui archivio/biblioteca e strada coincidono, perché ci sono «scarpinate» che non richiedono l'uscita di casa: visite ad archivi on line, scorribande sui motori di ricerca, intervista via e-mail o via chat, teleconferenze... Tornando al punto centrale del quesito e del forum: vorrei estendere l'espressione «giornalismo filosofico», cercando di includervi un certo tipo di letteratura. Perché a ben guardare c'è una distinguibile «aria di famiglia» che accomuna tutte le opere create in quel luogo dove archivio e strada coincidono, che siano romanzi, inchieste giornalistiche o saggi filosofici. Non è anche un romanzo storico Storia della follia nell'età classica (che tra l'altro fu scritto per la gran parte in Svezia durante una lunga missione culturale-diplomatica)? Non lo è anche Sorvegliare e punire? Non è anche un «romanzo storico di non-fiction» Vaticano SPA di Gianluigi Nuzzi? E non c'è forse filosofia in Gomorra di Saviano? La sua non è anche un'inchiesta filosofica, sui dispositivi del «sistema» camorristico, sulla produzione di soggettività dentro quei dispositivi? Non ci sono preoccupazioni prettamente filosofiche (di filosofia della storia, e addirittura di teologia politica) in nostri romanzi come Q e Altai?

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       Quale ruolo gioca la pratica del dire la verità all’interno del giornalismo filosofico e di che tipo di verità eventualmente si tratta?

Wu Ming 1: Prima ho messo in scena un terzetto di personaggi – la filosofia, il giornalismo e la letteratura –, e ora, dopo aver fatto convergere le loro pratiche (quelle che stanno «a monte»: la documentazione, la scarpinata) nello stesso luogo, ora all'interno di quel luogo mi tocca discernere, distinguere i rispettivi «effetti di verità» (quelli che stanno «a valle»: il risultato testuale, l'opera, la sua ricezione, la sua difesa o il suo abbandono da parte dell'autore), perché se parliamo di «dire la verità», in letteratura c'è un «dire» diverso da quello che si ritrova nel giornalismo e nella filosofia, e se è diverso il dire, credo non possa non essere diversa anche la verità detta. Per prima cosa, è evidente che in letteratura, e in special modo nella fiction, il «parlar franco» (la parresia) non può essere disgiunto dalla persuasione, cioè dall'uso di stratagemmi narrativi e tratti stilistici che creino una narrazione in grado di «sospendere l'incredulità». Nella conferenza di Berkeley del 1983 (e nell'ultimo corso al Collège de France) Foucault introduce una dicotomia tra «retorica» e «parresia», cioè tra un parlare che vuole convincere «indipendentemente dall'opinione personale del retore» e un parlare in cui il locutore «[manifesta] il più direttamente possibile ciò che egli effettivamente crede» [M. Foucault, Discorso e verità nella Grecia antica, Donzelli, Roma 2005]. In letteratura, è ovvio, una simile dicotomia non può reggere in alcun modo. Non può reggere perché in un romanzo non c'è un solo locutore (lo scrittore), ma una polifonia di personaggi, punti di vista e discorsi che l'autore fa interagire, e il punto non è esprimersi «il più direttamente possibile» bensì inscenare situazioni, raccontare eventi etc. Quindi un romanzo non sarebbe parresiastico? Al contrario, spesso la verità scomoda, che una società e/o un regime non volevano sentire, è stata espressa da un romanzo, e spesso la «verità» di un'epoca è stata detta da un romanziere per mezzo di una sua opera (e non sto parlando del «realismo», oggetto di una vexata quaestio oltremodo ridicola). Mi sembra addirittura puerile fare esempi, ma non posso evitarli. Ne farà pochi e molto diversi tra loro: il Doktor Faustus di Mann, tutta la Commedia umana di Balzac, Underworld di De Lillo... Subito accanto alla letteratura, in una zona di discorso adiacente, c'è il giornalismo. Il confine tra i due ambiti è molto sfumato, anche perché dal «New Journalism» americano in avanti, cioè negli ultimi cinquant'anni circa, il giornalismo si è sempre più spesso appropriato di stratagemmi tipici della letteratura, a cominciare dal «discorso libero indiretto», e molti reportages somigliano a romanzi, il punto di vista non è più solo quello del reporter. Addirittura, c'è un giornalismo (d'inchiesta, di reportage) in cui la voce del reporter sembra dissolversi, svanire, e il testo è solo un montaggio di voci altrui. Parrebbe la cosa più lontana possibile dalla parresia, e invece non c'è libro che ci dica la «verità» più di Please Kill Me di Gillian McCain e Legs McNeil, perché c'è addirittura un'amplificazione della parresia: tutti i testimoni sono stati sollecitati a «parlare franco», con la massima sincerità, e anche quando questo non è successo, il lavoro di montaggio fa emergere con chiarezza le aporie, abbatte le reticenze etc. Può un «giornalismo filosofico» operare in questo modo? Io credo di sì anzi, mi sembra una prassi molto vicina a quella di Walter Benjamin nello scrivere i Passages. Come fa notare J.M. Coetzee in Lavori di scavo, l'intenzione di Benjamin era di «arrivare al punto di poter tacitamente eliminare i suoi commenti per dare modo al materiale citato di reggere tutto il peso della struttura» [J.M. Coetzee, Walter Benjamin, I «Passages» di Parigi, in Lavori di scavo. Saggi sulla letteratura 2000-2005, Einaudi, Torino 2010]. E quando Foucault pubblica il lungo memoriale di Pierre Rivière, non sta anche – in un modo non dissimile da quelli appena riportati – facendo «giornalismo»? Una specie di giornalismo «ritardato», pubblicare un dossier di cronaca nera di cento quarant'anni prima come modo di intervenire anche nell'attualità, nel rovente dibattito su crimine, colpa, giudizio, pena di morte, istituzioni totali... Ecco, distinguendo (facendo divergere) ho nondimeno cercato altre linee di convergenza.

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